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Milano romana e paleocristiana

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Tra il primo maggio e il 31 ottobre Milano ospiterà l’Expo 2015; in questa sede non vogliamo parlare della rassegna espositiva, ma raccontare la città, conosciuta più per gli affari, la moda e lo shopping che per le sue bellezze storiche e artistiche, tali da renderla una delle mete più importanti e interessanti d’Italia. Descrivere la metropoli lombarda in un solo articolo sarebbe estremamente riduttivo, quindi intraprenderemo un percorso che ci guiderà attraverso i secoli, dall’epoca romana e paleocristiana fino ai giorni nostri. La storia inizia tra il VI e il V secolo a.C. quando popolazioni celtiche fondarono una città in mezzo ala pianura; nei secoli successivi quel villaggio degli Insubri divenne colonia romana acquisendo importanza sempre maggiore fino a divenire, tra il 286 e il 402 d.C., una delle capitali dell’Impero Romano d’Occidente: fu in questa sede che, nel 313, l’imperatore Costantino promulgò il suo editto che riconosceva a tutti i cittadini la libertà di praticare la religione preferita, ponendo di fatto termine alle persecuzioni contro i Cristiani. Le impronte di questo passato imperiale e paleocristiano sono presenti sopratutto nella zona dell’attuale Porta Ticinese e del centro cittadino, anche se non sempre sono visibili o immediatamente riconoscibili, visto che nel 1162 la città fu distrutta dalle truppe imperiali di Federico Barbarossa. Per questo motivo alcuni dei reperti più antichi si trovano all’interno o nelle fondamenta di altri edifici di epoca successiva, mentre le primitive basiliche paleocristiane sono state pesantemente trasformate da rimaneggiamenti di epoca romanica o ancor più tarda. In questo articolo visiteremo una Milano nascosta, a volte sotterranea, ma ugualmente ricca di interesse e fascino: un viaggio cercando di immaginare gli splendori di una capitale imperiale.

Resti del teatro romano di Milano

Resti del teatro romano di Milano. Foto di Stefano Bolognini (Own work) [Attribution or Attribution], via Wikimedia Commons

Il nostro tour inizia dai sotterranei della Camera di Commercio, a Palazzo Turati, nei pressi di Piazza Affari, dove si possono vedere i resti del Teatro, costruito in età augustea. L’edificio, originariamente alto 20 metri con una cavea di 95 metri di diametro, poteva ospitare fino a 9000 spettatori; se non fosse stato distrutto dalle truppe del Barbarossa probabilmente oggi farebbe ancora bella mostra di sé. I resti sono visitabili gratuitamente, previa prenotazione all’indirizzo teatroromano@mi.camcom.it; l’installazione è particolarmente interessante, curata dall’Istituto di Archeologia dell’Università Cattolica, e ripropone odori e suoni evocativi, mentre la voce di Giorgio Albertazzi recita brani della Casina di Plauto. More »

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Sei Nazioni, un tour all’insegna del rugby

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Ogni anno si svolge la più importante competizione rugbistica dell’emisfero settentrionale, il Torneo delle Sei Nazioni; nato nel 1883 come confronto tra le quattro nazionali delle Isole Britanniche, e cioè Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda, si arricchì della partecipazione della Francia nel 1910 e dell’Italia novant’anni dopo. Le sei squadre rappresentano l’aristocrazia del rugby europeo e tutti gli anni danno vita ad accese sfide che occupano sette fine settimana tra febbraio e marzo; ogni nazionale gioca cinque partite, alternativamente in casa e in trasferta. Sappiamo che i lettori di tripwolf non hanno bisogno di scuse per chiudere zaini e valige e andare in giro per il mondo, ma questa volta vogliamo fornire loro un pretesto a metà tra il turistico e lo sportivo: un tour tra gli stadi, e le città, che ospitano le partite del Sei Nazioni.

Il rugby. Statua davanti allo stadio di Twickenham.

Il rugby. Statua davanti allo stadio di Twickenham. Foto di Doug Wheller

Il rugby ha una storia antichissima, potendo risalire fino ai Greci o all’harpastum dei Romani, dal quale derivano il calcio fiorentino e la soule, praticata nel nord della Francia e da lì esportata nelle Isole Britanniche col nome di hurling over country. Questi giochi avevano in comune l’uso di una palla e di un numero variabile di giocatori (che potevano arrivare a duecento per squadra) che se la contendevano, spesso violentemente, per portarla oltre la linea di fondo avversaria. La leggenda vuole che, nel 1823, il giovane William Webb Ellis, durante un incontro di football che si svolgeva nella città di Rugby, raccogliesse la palla con le mani e si involasse verso la linea di fondo avversaria, oltrepassata la quale schiacciò il pallone a terra urlando “meta”: era nato lo sport della palla ovale, che da allora si diffuse in tutto il mondo. In onore di queste origini inizieremo il nostro viaggio proprio dallo stadio che ospita il XV della Rosa, la nazionale inglese: Twickenham, la “Cattedrale del rugby”, è noto anche come “Cabbage patch”, perché il terreno su cui sorge in origine era adibito alla coltivazione dei cavoli. Lo stadio, che, con i suoi ottantaduemila posti, è secondo solo a Wembley per capienza, sorge nel quartiere di Richmond upon Thames, unico borough londinese che si stende su entrambe le sponde del Tamigi. Il quartiere ha oltre cento parchi e un lungofiume di oltre trenta chilometri; oltre allo stadio, che ospita anche il museo del rugby, Richmond ci offre anche edifici come Ham House, eretta nel 1610 da Sir Thomas Vavasour, dignitario di re Giacomo I, la residenza reale di Hampton Court, con il suo giardino alla francese, e la palladiana Marble Hill House, edificata tra il 1724 e il 1729 dalla Contessa di Suffolk; tra i parchi spicca il parco reale di Richmond, che con i suoi quasi dieci chilometri quadrati di superficie è il più esteso parco recintato d’Europa, e i Royal Botanic Gardens di Kew, esteso complesso di serre e giardini.

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Sabbioneta, la piccola Atene di Vespasiano Gonzaga

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Nella bassa terra alluvionale alla confluenza tra Oglio e Po, a circa trenta chilometri da Mantova, sorge la cittadina di Sabbioneta; il suo fascino è onirico, apparendo quasi come un miraggio tra le nebbie di quell’angolo di Pianura Padana, con la sua struttura a forma di stella a sei punte e la sua pianta a scacchiera, indizio di appartenenza a quella tipologia di “città ideali” che trovarono nel razionalismo del Rinascimento e nel mecenatismo dei signori fertile terreno di crescita. In questa categoria Sabbioneta è in buona, anzi ottima, compagnia, apparentandosi alla Ferrara dell’Addizione Erculea, voluta dal Duca Ercole I e magistralmente realizzata da Biagio Rossetti, a Pienza, sogno di Enea Silvio Piccolomini, e alle città fortezza di Terra del Sole, enclave medicea in Romagna, Acaya, a pochi chilometri da Lecce, e Palmanova, in Friuli, alle quali è, strutturalmente e funzionalmente più simile. La città nacque per volere di Vespasiano Gonzaga, e, in pratica, morì alla scomparsa del suo fondatore.

Sabbioneta: Porta Imperiale. Foto di Alain Rouiller

Sabbioneta: Porta Imperiale. Foto di Alain Rouiller

Vespasiano Gonzaga, erede di un ramo cadetto dei signori di Mantova, fu un classico uomo del Rinascimento, coniugando in sé diverse e numerose abilità: militare, diplomatico, letterato, architetto, mecenate, fu al servizio di Filippo II d’Asburgo, che lo nominò Grande di Spagna e lo insignì, nel 1585, dell’ordine del Toson d’Oro (e Sabbioneta è l’unico luogo in Italia dove sia esposta questa prestigiosa onorificenza). Come viceré di Navarra progettò la cittadella di Pamplona e mise a frutto questa sua esperienza quando tornò nel feudo di famiglia, dove decise di fondare una città fortezza che fosse la capitale del suo piccolo stato, incastonato in posizione strategica, tra i ducati di Milano, Mantova e Parma. Nella pianta cittadina dominava la Rocca, preesistente alla fondazione della città, e il perimetro era segnato da una cinta di mura, a forma di esagono irregolare, provvista di sei bastioni a cuneo posti agli angoli. I lavori di costruzione della cittadina durarono dal 1556 al 1591; da quell’anno la città rimase quasi pietrificata perché la figlia Isabella, sua erede, delegò il governo del piccolo stato a un vicario e andò a vivere tra Milano e Napoli, portando con sé le collezioni e i ricchi arredi che il padre aveva raccolto nella sua vita. More »

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Tra mare e cielo: il Sentiero degli Dei

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I Golfi di Napoli e di Salerno sono separati dalla Penisola Sorrentina, che si spinge nel Mar Tirreno; i suoi versanti costituiscono le due Costiere, quella di Sorrento e quella di Amalfi, luoghi tra i più belli del mondo. Un turista recatosi recentemente in queste zone le ha definite “surreali” e ha aggiunto che mai avrebbe immaginato che esistessero posti di tale bellezza: a giustificare questa sorta di sindrome di Stendhal una passeggiata in moto sulle strade delle Costiere e un bagno nelle acque della Baia di Ieranto, a Massa Lubrense. A innervare la Penisola i Monti Lattari, che iniziano con gli oltre 1100 metri del Faito, sopra Castellammare di Stabia, culminano nei 1444 metri del Monte San Michele, digradano verso Punta Campanella, dove si immergono nelle acque del Tirreno, per riemergere, poche miglia marine più in là, a formare Capri. Il loro versante settentrionale forma una sorta di altopiano costiero con le città di Vico Equense, Sorrento e Massa Lubrense, mentre quello meridionale è solcato da numerosi torrenti, scosceso, frastagliato da fiordi come quello di Furore, con erte falesie a picco sul mare. È la Costiera Amalfitana, con Amalfi, Positano, Praiano e tanti altri borghi di grande bellezza. In alto, a offrire una vista aerea su tutto questo, la suggestiva Ravello. È su questo versante che si può percorrere il “Sentiero degli Dei”, così chiamato per la straordinaria bellezza dei luoghi che attraversa e dei panorami che mostra.

Postano vista dal Sentiero degli Dei

Positano vista dal Sentiero degli Dei. Foto di donchili.

Il percorso si divide in Alto, che dai 650 metri della sella di Santa Maria del Castello, sale ai 1073 di Capo Muro e scende ai 633 di Bomerano, e Basso, che da qui porta a Nocelle, frazione posta sopra Positano: ed è di questo secondo tratto che parleremo. Arriviamo in auto o con l’autobus di linea a Bomerano, frazione di Agerola, e, dopo aver assaggiato provola, fiordilatte e lo straordinario provolone del monaco, fatti con il latte prodotto tanto copiosamente da dare il nome a questi Monti, siamo pronti ad affrontare il sentiero. Si parte appena fuori il centro abitato e il tracciato è segnalato da cartelli bianchi e rossi con il numero 02; il Sentiero degli Dei è lungo circa 8 chilometri, quasi interamente in discesa, e si percorre in circa tre ore. More »

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Sette idee per un week end romantico in Italia

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L’Italia è un paese ricchissimo di borghi e località romantiche: cercare di limitarle a sette è come provare a svuotare il mare con un cucchiaio, ma a volte bisogna farlo, se non altro per suscitare la curiosità e aprire un dibattito tra i lettori. Naturalmente questo articolo non vuole esprimere giudizi di valore, né stilare un’ipotetica classifica di merito, quindi il fatto che un luogo sia indicato prima di un altro è semplicemente dovuto al caso e all’ispirazione del momento. Credo che ognuno di noi abbia ben chiaro il proprio concetto di romanticismo, quindi non ho ritenuto utile definirlo; mi sono limitato a indicare località che, per storia, aspetto o altro possano accogliere piacevolmente il visitatore e fargli trascorrere un fine settimana diverso e gradevole.

Verona, il balcone di Giulietta

Verona, il balcone di Giulietta. Foto di Elliott Brown

Da dove cominciare se non da Verona? La patria di Romeo e Giulietta, gli amanti impossibili di shakespeariana memoria, è una meta di straordinario interesse per la sua bellezza, adagiata com’è sulle rive dell’Adige, che la abbraccia tra i suoi meandri. La città ha origini antichissime e in passato ebbe grande importanza, tanto da essere la capitale dei domini longobardi in Italia. Il suo simbolo è l’Arena, forse il meglio conservato tra i grandi anfiteatri romani della Penisola, che tutti gli anni ospita un’interessante stagione operistica, sopperendo alla non buonissima acustica con la suggestione dello scenario. L’età d’oro della città fu senz’altro il Medioevo, sotto il più che secolare governo degli Scaligeri: è a questo periodo che risalgono infatti i maggiori monumenti cittadini. Inutile negare che gli innamorati di tutto il mondo vengono a Verona per vedere il balcone di Giulietta, a palazzo Cappeletti (i Capuleti di Shakespeare), anche se l’edificio è stata ampiamente rimaneggiato nei primi decenni del Ventesimo secolo proprio per attirare i turisti. Una passeggiata fuori Verona non può che portarci sulle rive del vicino lago di Garda, ricchissimo di località di grande bellezza, tra le quali Sirmione, rinomata fin dall’antichità per le sue acque sulfuree, come testimoniato dalle cosiddette Grotte di Catullo, in realtà resti di una magnifica villa di età imperiale. More »

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Tivoli e le sue ville

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A est di Roma, poco più di venti chilometri oltre il Grande Raccordo Anulare, sorge Tivoli, famosa in tutto il mondo per la bellezza delle sue ville e dei suoi parchi, tanto che il nome della città venne dato agli scomparsi Jardins Tivoli, frequentatissimi nella Parigi del XVIII e XIX secolo, e agli omonimi giardini di Copenaghen, tra i più antichi parchi di divertimenti sopravvissuti intatti fino ai giorni nostri. La cittadina laziale vanta, probabilmente a buon diritto, origini più antiche della vicina Urbe, e fu fondata, sulle pendici dei Monti Tiburtini, dagli Aborigeni, i più antichi abitatori del Lazio. Il nucleo primitivo della città fu un insediamento fortificato posto sulla riva sinistra del fiume Aniene, in prossimità di un guado che costituiva il percorso più breve per la transumanza delle greggi che si spostavano tra l’Agro Romano e l’Abruzzo. Luogo di incontro tra popolazioni diverse, ebbe anche una certa importanza come centro religioso, come prova il grande santuario dedicato a Ercole Vincitore, risalente al II secolo a.C. e recentemente restaurato, ma anche dalla certa presenza di un altro luogo di culto più antico.

Tivoli da Villa D'Este

Vista di Tivoli da Villa D’Este. Foto di Avinash Kunnath

La storia di Tivoli è legata a filo doppio a quella della vicina Roma; nella tarda età repubblicana divenne la residenza di molti tra i personaggi più in vista dell’Urbe, che vi eressero le loro ville, delle quali numerosi sono i resti. La villa di Orazio, donata al poeta dal suo protettore Mecenate, sorge sulla strada verso Marcellina; costruita su tre livelli per assecondare la morfologia del terreno, vede sorgere, sul suo terrazzo superiore, il convento di Sant’Antonio. Tra i resti dell’edificio, di dimensioni piuttosto imponenti, il meglio conservato è il cosiddetto “ninfeo”, piccola grotta artificiale nella quale trovare frescura nelle calde giornate estive. More »

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Un’estate al mare … meglio se blu

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Il colore dell’acqua non c’entra niente perché il mare può anche essere turchese, smeraldo, trasparente e così via; il blu del titolo è riferito ovviamente alle bandiere che, ogni anno, premiano numerose località non solo in Italia ma anche in altri 41 paesi europei e non. La bandiera blu non ha attinenza con la balneabilità o la qualità delle acque (per questo in Italia esistono delle normative che la attribuiscono sulla base di controlli ed esami di laboratorio), anche se, certamente, questo è forse il parametro principale del quale si tiene conto nell’attribuzione dell’ambito riconoscimento. Come funziona allora la bandiera blu?

Bandiera Blu. Foto di Roby Ferrari

Bandiera Blu. Foto di Roberto Ferrari

La attribuisce la Fee (Foundation for Environmental Education – Fondazione per l’Educazione Ambientale), organizzazione non governativa e non profit fondata in Danimarca nel 1981, oggi presente in oltre 60 paesi del mondo. Lo scopo di questa organizzazione è la diffusione delle buone pratiche di tutela ambientale attraverso programmi di sostenibilità, formazione e informazione. Nelle sue attività l’organizzazione è supportata da due agenzie dell’Onu, l’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e l’Unwto (Organizzazione Mondiale del Turismo) e, oltre alla Bandiera Blu, supporta, in Italia, anche altre iniziative di significato simile: Eco-Schools, Young Reporter for the Environment, Learning about Forests e Green Key. More »

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San Leucio, l’utopia socialista dei Borbone

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A pochi passi da Caserta e dalla sua Reggia si trova l’interessante Real Sito di San Leucio, posto sulla collina omonima, dalla quale si domina la pianura sottostante.

È questo Real Sito, una Colonia d’Artisti stabilita nel 1789 dall’Augusto Ferdinando per promuovere fra noi la manifattura della seta emulando in così nobile impegno il famoso Ferdinando I d’Aragona, il quale molto si adoperò ad introdurre nel regno di Napoli questa sorta di lavoro.
Ferdinando Patturelli, 1826

Palazzo del Belvedere

La facciata del Palazzo del Belvedere vista dall’Arco Borbonico. Foto da Wikipedia

Quella del Real Sito è la storia di un’utopia, dell’iniziativa presa da un sovrano illuminato che cercava di portare nel suo regno idee innovative, che trovarono poi corpo nel pensiero del filosofo Charles Fourier, l’ideologo dei falansteri. Che il re si recasse spesso a San Leucio per vegliare sulla sua creatura o vi trovasse un rifugio sicuro dagli intrighi e dagli assilli della vita di corte in fondo poco importa: quello che è rimasto ai nostri giorni, ancora abitato e vissuto, è uno splendido e interessante complesso architettonico. More »

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Da Santa Maria in Trastevere a San Lorenzo in Lucina: il cuore di Roma

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Roma è una delle mete preferite da turisti e viaggiatori: punti nevralgici come il Colosseo, San Pietro e i Musei Vaticani, Piazza Navona, Piazza di Spagna e Trinità dei Monti sono letteralmente presi d’assalto da comitive che ne rendono la visita abbastanza disagevole. Fuori da questi luoghi, però, c’è una Roma meno affollata ma altrettanto bella, ricca di tesori nascosti o poco noti: basta lasciare le rotte dei viaggi organizzati, munirsi di buone scarpe, sapersi muovere e seguire il proprio istinto e la curiosità (e magari anche la guida di tripwolf). Ed è quello che ho fatto in una mia recente visita alla città. Dalla Stazione Termini, capolinea di un gran numero di linee urbane della Capitale, un comodo autobus mi ha portato fino a Trastevere, in Piazza Sidney Sonnino: da qui ho imboccato via della Lungaretta, con i suoi ristoranti e negozietti e, dopo qualche centinaio di metri, mi si è aperta davanti Piazza di Santa Maria in Trastevere, dominata dalla basilica omonima.

Mosaici di Santa Maria in Trastevere, Roma

I mosaici dell’abside di Santa Maria in Trastevere, Roma. Foto di Anders Fagerjord.

La Basilica, di origini paleocristiane, poi rinnovata nel XII secolo, è molto bella con i suoi mosaici sia sulla facciata che all’interno, ed è la più grande del quartiere, le cui origini sono antichissime; un tempo territorio ostile perché in mano agli Etruschi, fu occupato dai Romani ma, almeno fino all’imperatore Aureliano, tenuto al di fuori delle mura cittadine; abitato da marinai e pescatori, spesso provenienti da Palestina e Siria, fu scelto da molte personalità di epoca tardo-repubblicana e imperiale per costruirvi le proprie ville: tra essi Giulio Cesare e Clodia, la Lesbia di Catullo. Oggi il quartiere, grazie ai numerosi locali e ristoranti che si affacciano sulle sue strade medievali, dalla caratteristica pavimentazione a sampietrini, è molto frequentato, soprattutto di notte.

Per attraversare il fiume ho scelto l’Isola Tiberina, collegata a Trastevere dal Ponte Cestio: sede di un tempio dedicato a Esculapio, la sua forma naturale fu modificata per farla somigliare a una nave, con un obelisco al centro a raffigurarne l’albero. Oggi del tempio a Esculapio, dei santuari dedicati a Fauno e Veiove, divinità campestri del Pantheon romano, e del sacello a Iuppiter Iuralis non resta nulla: sulle rovine del primo è stata costruita la Basilica di San Bartolomeo all’Isola, fronteggiata dall’Ospedale Fatebenefratelli, che nelle fondamenta racchiude i templi minori dell’isola. La Chiesa di San Giovanni Callibita, annessa all’Ospedale, sorge sui resti del sacello a Iuppiter, ricordato da una dedica su un pavimento musivo. Per raggiungere l’altra sponda il passaggio è obbligato: è il Ponte Fabricio, o Ponte dei Quattro Capi, dalle erme quadrifronti poste su di esso. È il più antico ponte romano esistente, dopo Ponte Milvio, ed è detto anche Ponte dei Giudei perché introduce al Ghetto di Roma, mia tappa successiva.

 

Il Ghetto di Roma

Il Ghetto di Roma. Foto di Sigfrid Lundberg

Sul Lungotevere de’ Cenci sorge il grande Tempio Maggiore, la principale sinagoga di Roma, costruito agli inizi del XX secolo e sede del Museo Ebraico: di grandi dimensioni, è chiaramente visibile anche da lontano. Alle sue spalle il Ghetto vero e proprio, con il Portico d’Ottavia, confinante con il Teatro di Marcello. Tra le colonne del Portico è situata la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, sede delle prediche coatte alle quali gli ebrei dovevano assistere; il nome deriva dal mercato del pesce, che qui aveva la sua sede. Dagli scarti ittici e dal pescato meno pregiato, fatti bollire, ha preso origine il brodo di pesce, un tempo piatto povero, oggi una delle prelibatezze più ricercate nei numerosi ristoranti che offrono cucina ebraica. Una passeggiata tra le viuzze del quartiere permette di scoprire le numerose chiese che, come sentinelle, vi sorgevano tutt’attorno.

Attraversata via Arenula, confine del Ghetto, e imboccata via dei Giubbonari, sono arrivato a Campo de’ Fiori, un tempo piazza dove avevano luogo le esecuzioni capitali, dall’Ottocento sede di un mercato vivace e coloratissimo, ricco di bancarelle che offrono frutta, verdura, spezie  e fiori; imperdibili le focacce calde con la mortadella, offerte dai forni della zona. Una statua in bronzo, realizzata nel 1889 da Ettore Ferrari, voluta da un comitato internazionale di intellettuali, ricorda l’esecuzione del filosofo Giordano Bruno, condannato al rogo per eresia e qui bruciato nel 1597. Il volto della statua è rivolto verso il Vaticano, come segno di ammonimento alla Chiesa.  Girovagando nei pressi di Campo de’ Fiori si esce sulla splendida piazza Farnese, una delle più belle di Roma, con Palazzo Farnese e le due fontane realizzate, nel Seicento, da Girolamo Rainaldi. A poca distanza, via del Mascherone porta alla fontana omonima, su via Giulia.

Il Mercato di Campo de' Fiori, Roma

Il Mercato di Campo de’ Fiori, Roma. Foto di Norbert Heidenbluth

Da Campo de’ Fiori, attraverso le vie dei Baullari e della Cuccagna, ho raggiunto Piazza Navona, frequentatissima, con artisti di strada che si esibiscono in ogni angolo e pittori ambulanti che espongono le loro opere. La berniniana Fontana dei Quattro Fiumi fronteggia la facciata della Chiesa di Sant’Agnese in Agone, opera del Borromini: la chiesa, all’interno, ha dimensioni molto più ridotte di quanto suggerisca la maestosa facciata, forse perché concepita inizialmente come cappella dell’adiacente Palazzo Pamphili. Vicinissimo a piazza Navona è situato Palazzo Madama, sede del Senato. Da qui, camminando lungo via Giustiniani, si sbuca su piazza della Rotonda, dominata dalla mole del Pantheon, tempio pagano dedicato a tutti gli dei, trasformato nella cristiana Basilica di Santa Maria ad Martyres e per questo rimasto quasi intatto dall’età adrianea a oggi.

Sono nel cuore della Roma del potere politico: da qui a Palazzo di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, sono veramente pochi metri. Ho costeggiato il palazzo, attraversato la retrostante piazza del Parlamento e, tramite via in Lucina, ho raggiunto la piazza di San Lorenzo, dal nome della Basilica paleocristiana sorta sulla dimora di Lucina, matrona romana. Numerosi restauri e rimaneggiamenti le hanno dato l’aspetto attuale che nulla ha conservato, sia all’esterno che all’interno, della chiesa originale. Campagne di scavi svolte sul finire del XX secolo hanno portato alla luce i resti della vasca circolare di un battistero paleocristiano e il pavimento di un edificio del II secolo d.C., convertito in un’insula (cioè in una specie di condominio dei giorni nostri) del IV secolo, probabilmente la proprietà che Lucina mise a disposizione della comunità cristiana. Sono a pochi passi da via del Corso e dalle strade dello shopping: via Frattina, via Borgognona e via Condotti; Piazza di Spagna e Trinità de’ Monti sono dietro l’angolo.
Mario Govoni

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Albergo diffuso: un’idea italiana per valorizzare il territorio

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Uno degli aspetti del viaggio è sicuramente l’alloggio: ci sono diverse scelte, da quelle economiche, come ostelli o campeggi, a quelle itineranti, come roulotte e camper, a residence, bed and breakfast, camere o appartamenti in affitto, per finire agli alberghi, con un numero di stelle variabile in base al desiderio di comfort e al portafoglio. Oltre a tutte queste opzioni, in certe zone d’Italia ne possiamo aggiungere un’altra, estremamente stimolante e innovativa: quella dell’albergo distribuito. L’idea alla base di questa interessante forma di ospitalità nasce in conseguenza a un evento drammatico: il terremoto in Friuli- Venezia Giulia del maggio 1976. La ricostruzione seguita al sisma mise in luce la necessità di valorizzare case e borghi, man mano che si procedeva nella loro ristrutturazione. L’embrione di questa iniziativa è da ricercarsi in un progetto del 1982 relativo al borgo carnico di Comeglians, su iniziativa dell’architetto Toson e del poeta e scrittore Leonardo Zanier, mentre la prima esperienza, risale a qualche anno dopo, al 1994, nel comune di Sauris, sempre in Carnia. Da lì l’idea si diffonde in altre regioni italiane: Sardegna, Puglia, Marche e così via. A oggi, almeno secondo i dati dell’associazione di categoria ADI relativi al 2013, ci sono 76 alberghi diffusi in 16 regioni italiane, e uno in Spagna, a Ledesma, piccolo borgo nella Comunità autonoma di Castiglia e León, vicino a Salamanca, primo esempio di esportazione di questo modello di ospitalità.

Albergo diffuso a Castelvetere sul Calore (AV): uno scorcio. Foto di Fiore S. Barbato

Albergo diffuso a Castelvetere sul Calore (AV): uno scorcio. Foto di Fiore S. Barbato

In sostanza cos’è un albergo diffuso? È un albergo che non è un albergo, in quanto non è progettato e costruito come tale: la reception, gli spazi comuni, le camere e gli appartamenti che lo costituiscono sono situati in un borgo, all’interno delle case e degli spazi che lo costituiscono, opportunamente restaurati e ristrutturati. È, quindi, per così dire infiltrato nella comunità, e aderisce al territorio, proprio per il fatto che non è stato pensato e costruito come struttura a sé stante; è stato definito anche “albergo orizzontale”, proprio per marcare la cesura con le strutture alberghiere tradizionali. Oltre a offrire un’ospitalità diversa da quella alla quale siamo abituati, a consentirci di immergerci nella realtà, nella storia e nella cultura locali, l’albergo diffuso ha anche un altro grande merito: quello di recuperare edifici e spazi altrimenti abbandonati e destinati alla fatiscenza. More »

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IL MIO PIANO DI VIAGGIO

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